teatro/recensione: “The Pride”

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zingaretti_pride“The Pride” di Alexi Kaye Campbell, portato in scena da Luca Zingaretti nelle vesti di regista e interprete, comincia raccontando una storia ambientata negli anni ’50 che vede al centro il “triangolo” composto da Oliver, Sylvia e Philip. A questa si alterna una storia ambientata ai giorni nostri i cui protagonisti hanno gli stessi nomi.

Le due storie si alternano in cambi di scena che si fanno via via più sfumati e sempre meno netti, rivelando la sovrapposizione tra le due vicende che va oltre l’omonimia dei personaggi. L’omosessualità dei protagonisti maschili (velata se non espressamente negata nella prima vicenda, dichiarata ma non meno ‘problematica’ nella seconda) fa da perno a un testo che parla di amore e fedeltà, di perdono e destino, che vede i protagonisti fare i conti con la propria identità, con la società e i suoi pregiudizi.

Le due vicende svelano, nel loro alternarsi e sovrapporsi, di come la società cambia e di come il passato influenza il presente; ma più che essere due estremi, le due storie si rivelano essere due tappe di un percorso in divenire, prefigurato nella scena finale che si svolge, appunto, nel corso di un Pride.

Visto al Teatro Bellini di Napoli, martedì 16 febbraio 2016.

teatro/recensione: un “Week End” con Ruccello

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week-endAnnibale Ruccello scrisse “Week End” nel 1983. Il testo, uno dei suoi meno “praticati”, conclude la trilogia del Teatro da camera (cominciata con “Le cinque rose di Jennifer” e “Notturno di donna con ospiti”) e anticipa i temi dei testi successivi.

L’allestimento di Luca De Bei (che vede Margherita Di Rauso interpretare Ida, la maestra “emancipata” che però tradisce le sue origini provinciali) sottolinea le ossessioni del Ruccello antropologo: un’umanità marginale (rappresentata, in questo caso, dalla zoppia della protagonista), la solitudine che si popola di fantasmi, la favola e l’incubo ma anche la musica (qui quella francese degli anni 30) e la televisione che scandiscono il ritmo, il telefono come mezzo di comunicazione col mondo esterno che, a sua volta, irrompe dalla finestra. Tutti elementi che, insieme all’uso della lingua (altro fil rouge nelle opere di Ruccello) contribuiscono a comporre un quadro d’insieme in cui il confine con il sogno è volutamente ambiguo quasi a voler creare una realtà a se stante.

Visto al Piccolo Bellini di Napoli, mercoledì 3 febbraio 2016.