mugMi fa sempre molta specie dover difendere, come è capitato varie volte in questi giorni, davanti ai miei amici e colleghi spesso afflitti da un inconsolabile antagonismo post adolescenziale al sistema, le ragioni sia pur superstiti della democrazia italiana e del diritto. Ascoltare persone generalmente colte e sofisticate, relativamente ai campi del sapere di loro pertinenza, banalizzare in modo così volgare, nell’asserzione che in questo Paese bisognerebbe delegare l’esercizio della funzione pubblica a Beppe Grillo piuttosto che a De Magistris, ai vaffanculo piuttosto che alle lacrime appassionate di Clementina.

Costringendomi a inerpicarmi in sillogismi ardui, a declinare ragionamenti che fino a ieri parevano ovvi, riducendomi a citare (io profanissimo) Toqueville (a proposito della separazione dei poteri, del fatto che i magistrati non possono essere tribuni), piuttosto che Cesare Beccaria (a proposito della remissione della colpa con lo sconto della pena carceraria, in relazione a Grillo e a quella storia circa tutte le condanne definitive in politica).

Cose elementari, talmente tali che neanche le padroneggio bene. E mi fa strano che debba difendere la democrazia e il diritto (al grido politicamente scorretto di “fatevi un giro in Sudan”), sentendomi per questo dare del “papista e reazionario” (sic!) proprio io che di tutti questi amici e colleghi, più o meno ben inseriti in società e così politicamente corretti, così calibratamene indignati, sono quello che gode in assoluto del numero minore di diritti di cittadinanza in questo Paese! E allora come fare per continuare ad indignarsi, mantenendo nel contempo nitida l’ambizione all’ampliamento della sfera dei diritti piuttosto che al loro rovesciamento?
Indignandomi con voi che mi leggete e che sapete distinguere. E comprendere.

Dopo lungo introito, passo dunque a qualche spigolatura dai media: soltanto poche settimane fa Francesco Cossiga, intervistato dall’ineffabile Klaus Davi, “sofisticato” intellettuale molto alla moda in questo strano Paese, su uno dei quotidiani italiani più autorevoli e ragionevoli, poteva sostenere candidamente che ai suoi tempi gli omosessuali se la passavano assai meglio di oggi se è vero che molti di essi, appartenenti al suo stesso partito, riuscivano ad accedere a cariche appena inferiori a quelle occupate da lui; e che tale risultato poteva considerarsi il frutto di una prassi democristiana nella quale vigeva “rispetto e silenzio” sulla spinosa questione. Con ciò non soltanto confondendo (o mostrando di confondere) l’emancipazione e le pari opportunità con il catto-italico adagio “si fa ma non si dice”: una cultura nella quale il rispetto dell’individuo si identifica col silenzio è una cultura omertosa e mafiosa.

Il silenzio non è solo discriminazione o introiezione dell’omofobia; come a Corleone, o nei quartieri di Napoli in cui viviamo, il silenzio è assassino.

Vi risparmio infine chiose interpretative del buon Davi sul movimento gay (!) e risposte, a puntuale domanda a riguardo dell’intervistatore (!!!!), che non è plausibile ipotizzare un’alleanza tra donne e omosessuali, per il fatto che mirano a un unico scopo (scoparsi un uomo, evidentemente) e, dunque, al di là della comune sensibilità da parrucchieri, si porrebbero inevitabilmente in competizione.

E che un ex Presidente di questa Repubblica, che sul “lo so ma non ve lo dico” relativamente ai misteri italiani, ha giocato gran parte della sua notorietà e della sua esposizione mediatica di questi anni altrimenti destinati al declino, possa consentirsi espressioni di questo tipo in quel contesto senza che ciò lasci traccia mi fa riflettere.

Così come, solo pochi giorni fa, ho riflettuto su alcuni elementi “marginali” di un’inchiesta di Striscia la notizia (ahimè…) sulla cosiddetta psico-setta Arkeon di Bari nell’ambito della quale pare si siano compiuti abusi sessuali e altre cose amene. Il tutto con la complicità di alcuni uomini di Chiesa, chiamati a lustrare l’immagine dell’associazione. Una complicità forse inconsapevole, forse no: è da accertare, ma non è questo, solo, il punto.
Uno dei religiosi chiamati in causa è il noto frate Cantalamessa che ogni domenica (credo ancora oggi) conduce su Rai Uno la trasmissione religiosa “A sua immagine”. Durante una puntata dello scorso anno il religioso pubblicizza ai quattro venti la fantomatica “associazione” che tra i suoi compiti avrebbe quella di ricongiungere i figli ai padri, recuperando anni di rapporti difficili. Passa subito un’immagine di un giovane adulto che bacia castamente una donna al suo fianco; Cantalamessa precisa che il giovane è uno dei beneficiati da questo percorso.

Egli manifestava in gioventù tendenze omosessuali; ora, in seguito al periodo, diciamo così, terapeutico, non solo ha riacquisito il suo rapporto col padre, ma si è anche sposato con una brava ragazza, scegliendo un diverso modo di vivere la propria sessualità.

Ora, questo passaggio, naturalmente, non è stato chiosato dagli improbabili conduttori dell’inchiesta con la giusta indignazione che caratterizzava il servizio sulla notizia più in generale, in una trasmissione che dello sberleffo all’omosessualità, all’effeminatezza, all’allusione fa uno dei suoi cavalli di battaglia.

Ma non facciamo i vittimisti, esistono ormai anche le barzellette sugli ebrei e i neri; dunque andiamo avanti.

Il fatto è che un religioso, sulla prima rete della televisione pubblica, può consentirsi, grazie ai nostri soldi, di parlare, a proposito di una setta in odore di truffa e abusi, di percorsi terapeutici rivolti a omosessuali. Pescando tra l’altro a man bassa nel più desueto e deteriore freudianemo d’accatto nel legare esplicitamente l’omosessualità all’assenza della figura paterna (o in ogni caso a una diminutio nello sviluppo della personalità) e il ritorno a una sana e corretta sessualità al ripristinarsi del modello maschile di riferimento. E questo nel più assoluto silenzio.

C’è quasi da ringraziare i presunti delitti di una psico setta barese per aver fatto riemergere un episodio così inquietante e pur vecchio di un anno!

Ecco, conservare la capacità di indignarmi senza diventare uno sporco reazionario. O un vacuo antagonista di maniera. Spero, con voi, di esserci riuscito.

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