silvio laviano in scenaLavoro di grandissima qualità fisica ed attoriale, “Salvatore. Favola triste per voce sola”, andato in scena in Sala Assoli, diretto con rigore ed attenzione dal bravo Tommaso Tuzzoli, è l’apologo drammatizzato di un’esistenza apparentemente ordinaria, trascorsa negli scorci assolati della Sicilia orientale, tra speranze frustrate e riti reiterati, liturgie sacre e cerimoniali profani.

Salvatore, interpretato da un magistrale Silvio Laviano, nato settimino e pertanto segnato da un futuro anfibolo, viene al mondo in una dimensione sospesa tra l’attesa di un’indefettibile mascolinità e il giallo dell’ittero che gli si confonde col neon stentoreo dell’incubatrice. Proprio dall’incubatrice inizia a profilarsi la prospettiva sghemba da cui Salvatore mette a fuoco la sua vita.

Il mondo di Salvatore è sin dall’inizio un mondo visto da una gabbia di vetro, un mondo che sembra, al tempo stesso, lontano come un lembo di terraferma e vicinissimo come una promessa di felicità. Il luogo deputato di un’inappagabile curiosità, quella di Salvatore, appunto, impaziente di vivere e di morire che, con slancio ingenuo ed inarginabile si tuffa anima e corpo nella moltitudine umana dispiegata prima tra le cabine celesti divorate dalla salsedine poi tra le strade brulicanti di una Catania anni’80, città psichedelica che di notte sostituisce Sant’Agata con gli idoli profani del divertimento e della modernità.

Una drammaturgia serrata ed intensa, scritta dallo stesso Laviano, che restituisce allo spettatore la dolorosa contraddittorietà di un’esistenza liminale: Salvatore, animale apparentemente sano, perfettamente inserito nel ventre caldo della vita, percepisce in silenzio i presagi oscuri della morte e, con un certo muto disagio, realizza di sentirsi il pagliaccio del destino.

E così, proprio allorché la vita sembra esplodere in tutta la sua più deflagrante carica vitalistica, nel giorno della vigilia di Natale, nelle ore in cui il Centro Commerciale è attraversato da carrelli che scoppiano di offerte impedibili e tutti sembrano amarsi di un amore infinito, Salvatore giunge all’epilogo della sua favola triste e rivela tutta la crudele fragilità della sua realtà interiore trasformandosi per sempre in uno scantatu da stidda, figura imprescindibile del presepe siciliano, pastore estasiato dal passaggio della cometa che, alla stregua di Salvatore, guarda la vita con l’ansia disperata di chi sa che, come una stella, anche la vita serberà per lui un bagliore effimero e passeggero.

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